C’è sempre una conversazione che stai rimandando.
Il collaboratore da riprendere, il socio da affrontare, la riunione in cui devi dire una cosa che non piacerà a nessuno. Il coaching individuale serve a prepararti a questo. Un percorso riservato, uno a uno, costruito sulle situazioni che hai davanti ora.
Chi sta entrando nella guida dell’azienda di famiglia. Conosce il prodotto meglio di chiunque, ma non ha mai letto un processo, non ha mai costruito un budget, e adesso deve guidare persone che fino a ieri erano colleghi.
Chi è appena stato promosso e si accorge che le competenze che gli hanno fatto guadagnare il ruolo non sono quelle che servono per esercitarlo.
Chi guida da anni e in questo momento si trova bloccato su una cosa precisa, un collaboratore che non risponde più, un team che non si muove, una decisione rimandata da mesi.
Si parte da un obiettivo, definito insieme e messo per iscritto. Senza obiettivo non è coaching, è una conversazione.
Poi si lavora a incontri regolari. In ciascuno si prende una situazione concreta e la si prepara insieme: la riunione di lunedì, il colloquio che stai rimandando, il modo in cui presenterai il progetto ai tuoi.
Tra un incontro e l’altro c’è sempre qualcosa da mettere in pratica. Alla volta successiva mi racconti com’è andata, correggiamo quello che non ha funzionato e si riparte da lì.
Non ti dico cosa fare. Le risposte le hai già, il mio lavoro è farle emergere e trasformarle in un'azione che poi verifichiamo davvero.
Nel coaching individuale la riservatezza è assoluta, e vale anche verso chi paga il percorso.
Se è l’azienda a commissionarlo, al titolare arriva la conferma che il percorso sta procedendo e nient’altro. Il contenuto degli incontri resta tra me e la persona.
Non è una formalità. Senza questa garanzia si lavora sui problemi che la persona può permettersi di dichiarare, non su quelli che ha davvero.
Molto spesso si comincia da un tema operativo e si finisce in un punto che nessuno dei due aveva previsto.
Un responsabile mi dice che il team non lo segue. Andiamo a vedere se quel team ha costruito una sua identità, se qualcuno ha mai spiegato dove si sta andando e perché. Prepariamo insieme la riunione, poi la conduce lui, e all’incontro successivo guardiamo com’è andata.
Un altro arriva con un problema di produttività e la causa sta da tutt’altra parte, in qualcosa che con l’ufficio ha poco a che fare.
È la natura di questo lavoro. Si segue la persona dove la persona porta, e il coaching arriva dove un corso non può arrivare.
È la situazione più delicata di tutte.
Chi subentra deve costruirsi un’autorevolezza che il cognome non gli garantisce, spesso mentre la generazione precedente è ancora in azienda e non ha finito di lasciare la presa. Vanno gestite due cose insieme, la crescita di competenze manageriali e una relazione familiare che si è spostata sul lavoro.
Un passaggio generazionale gestito a intuito produce danni che si leggono tre anni dopo, quando le persone migliori se ne sono già andate.
Titolari, amministratori e soci di PMI
Figli e figlie che stanno subentrando nella guida dell’azienda di famiglia
Direttori, capi area e responsabili di reparto
Chi ha appena assunto un nuovo ruolo o una nuova responsabilità
Professionisti singoli, anche senza un’azienda alle spalle
Ho conseguito il diploma di coach professionista nel dicembre 2022, al termine di un percorso riconosciuto da ICF come ACSTH.
Il coaching è una professione disciplinata dalla legge 4/2013 e ha un codice etico preciso, a partire proprio dalla riservatezza. Non è mentoring, non è consulenza e non è formazione, anche se nei percorsi in azienda le tre cose spesso si susseguono.
Alla certificazione si aggiungono vent’anni di direzione commerciale. Vuol dire che quando mi porti un problema di budget, di rete vendita o di gestione di un capo area, non devo farmelo spiegare da zero.
Quando smetti di portarti il lavoro a casa la domenica sera, il percorso ha funzionato.
Il primo passo
Un’ora di confronto per capire se il problema è quello che sembra, e per capire se io sono la persona giusta. Se non lo sono, te lo dico.
Di norma una decina di ore distribuite su alcuni mesi, perché tra un incontro e l’altro serve il tempo di mettere in pratica. A volte bastano, a volte si prosegue, e lo si decide insieme.
La formazione trasferisce un metodo a un gruppo. Il coaching parte da un obiettivo di una singola persona e lavora sulle sue situazioni concrete, una alla volta.
No. Riceve la conferma che il percorso procede, non il contenuto degli incontri. È una condizione da cui non si deroga.
Sì, e in molti casi funziona bene, perché rende più semplice mantenere una frequenza regolare. Nel passaggio generazionale preferisco però almeno i primi incontri in presenza.
Sì. Diverse persone arrivano per conto proprio, e in alcuni casi si riesce comunque a far finanziare le ore dall’azienda in cui lavorano.